18/11/2015

Orsini e le streghe

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Si chiamava Bellezze, al plurale, ma non ne rimangono ritratti o descrizioni e non c’è modo di verificare. Nata a Collevecchio di Rieti in terra sabina, senza volerlo ci ha svelato che in tempi di ‘caccia alle streghe’, gli Orsini non si facevano scrupolo di tenere streghe addirittura in casa. Me ne accorgo adesso rileggendo documenti del suo processo del 1528. Passata al servizio di quei feudatari nel loro Palazzo di Monterotondo presso Roma, Bellezze Ursini ne prese il cognome: “Io rimasi vidua, ero jovene, e cusì fui presso questi signori e stavo a Monterotondo e governavo madonna Jacoba Orsini e facevo la cucina per lei. Lì incontrai Lucia de Ponsano la quale era strea e per tale lì stava, e mi promise insegnarmi ogni cosa che lei sapeva”. L’espressione era strea e per tale lì stava, mai prima d’ora notata, dice che Lucia de Ponsano stava in casa Orsini appunto per esercitarvi il mestiere di ‘strega’, cioè per curare mali fisici e allontanare minacce demoniache. Era anzi una strega maestra!

Oggi si va a Monterotondo per conoscere l’importante Museo Archeologico, organizzato nel Palazzo Orsini con criteri di museografia scientifica e tecnologie avanzate. Nel seguirne i percorsi, osservo reperti etruschi, sabini, greci, perfino un pettorale di corazza a tre dischi in tutto simile a quelli dei guerrieri sanniti, che rimanda alle origini sabine delle genti del Sannio. E un affresco mi ha evocato i passi di Bellezze Ursini, la ‘strega’ che si aggirò per le sale di quel Palazzo. Vedo infatti in alto su una parete lo stemma a bande rosse e d’argento dei conti Orsini, la nobile famiglia a cui nel Settecento appartenne anche il cardinale Orsini, arcivescovo di Benevento poi papa Benedetto XIII. Erano passati due secoli, ma il nostro Cardinale, vedendosi in una città di… streghe, ebbe pure lui paura. Credette per esempio di intravedere spiriti maligni negli affreschi longobardi della Chiesa di Santa Sofia, e li fece eliminare prima di far ricoprire le pareti con stucchi barocchi.

Martirizzata da torture mediante trazioni di braccia e gambe con le corde, Bellezze Ursini decise di confessare colpe inventate, sperando di scampare alla condanna. Disse ai giudici che ogni tre anni, dopo essersi unta d’unguento, recitava la formula magica “unguento unguento portace a la Noce de Benevento per acqua e per vento e per ogni maltempo” e volava a Benevento perché, a differenza di altri luoghi, fuori città c’è un noce naturale che produce frutti veri, intorno al quale le streghe uccidono bambini, ne mangiano le membra e si sollazzano con i diavoli.

Ma le mie sorprese non sono finite qui. Tra gli atti del processo, redatti da un notaio che man mano traduceva le dichiarazioni da lei pronunciate in dialetto, è emerso un documento scritto a penna da quella donna di estrazione contadina, che in un’epoca di generale analfabetismo sembrò strega anche perché sapeva leggere e scrivere. Vi si legge: “non poi entrare in questa arte se sei scrauza, senza stuteza e bona parlatura”. Vale a dire: non puoi entrare nell’arte della stregoneria se sei scarsa di intelligenza, senza astuzia e poco chiara nel parlare. Una commovente consapevolezza dei valori della mente e dell’istruzione, racchiusa in otto paginette autografe.

Nel carcere romano, senza attendere la condanna a morte sul rogo, Bellezze scelse la soluzione personale. Di notte si conficcò un chiodo nella gola. Il giudice accorso a chiederle perché l’aveva fatto scrisse nel verbale che la strega stava morendo in una maxima, maxima effusione di sangue.

ELIO GALASSO

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