09/03/2017

Esserci in maschera

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Finché non sono stati inventati i selfie, ha osservato qualcuno, i narcisisti avevano poche occasioni per mettersi in vetrina. Non sono d’accordo, l’urgenza di farsi vedere c’è sempre stata, specialmente in chi ha effettiva necessità di essere presente alla gente. Stavo per dire agli elettori. Racconta Diodoro Siculo che ai suoi tempi, primo secolo avanti Cristo, nelle scuole di teatro era un esercizio quotidiano imitare le autorità pubbliche e non solo. Anzi, era su loro richiesta che gli attori imparavano a metterne in scena gesti tipici, timbro di voce, discorsi preferiti. Si facevano imitare per guadagnare like e follower. A loro volta, le persone non rilevanti si facevano mettere in scena per condividere o criticare modi e pensieri altrui, per farsi conoscere o riconoscere, per dire la propria in ogni occasione. Solo che costava un po’, e in mancanza di internet e smartphone provvedevano scrivendo e disegnando sui muri, in pratica con graffiti urbani o scenette improvvisate nelle piazze. Erano quelli i social dell’età romana, a Pompei se ne vedono in quantità.

Conversare nelle strade in modo serio con le autorità finte o con altre persone finte è uno spasso per noi tutto da immaginare, anche perché per farlo sembrare ancora più vero gli attori usavano maschere che ritraevano i volti delle persone imitate senza alterarne o metterne in ridicolo i tratti. La maschera/ritratto, in cera, la chiamavano persona, dal verbo per-sonare cioè risuonare forte, dato che aveva la bocca aperta, modellata per incrementare la voce. Esserci anche in immagini, insomma, in età romana era proprio quello che succede oggi: spiare e farsi vedere, dire i fatti propri e omologarsi agli altri per sentirsi persone... uniche. La più diffusa delle contraddizioni.

L’esigenza travalicò ogni limite di spazio, arrivò anche tra i sanniti, gente piuttosto restia al presenzialismo, cosicché anche nella Benevento romanizzata ci si dava da fare per provocar chiacchiere e opinioni esibendosi come possibile. Si arrivava a farsi scolpire in posa direi ‘fotografica’ per collocare la propria immagine in luoghi di transito. Ovviamente il massimo piacere nasceva dal proporre immagini/ritratto che sarebbero sopravvissute dopo la morte. A pensarci, sarebbe come se su facebook venisse condiviso un selfie fatto per essere poi collocato sulla propria tomba!

Questo è il segreto che svelano le due sculture qui riprodotte: la cosiddetta Statua Barberini (Roma, Palazzo dei Conservatori, sec. I a.C.) cioè un personaggio che mostra le maschere/ritratto di due suoi familiari scomparsi rimaste in casa, e una Famiglia di tre uomini in toga e una donna, la terza da sinistra (Benevento, nella corte della Rocca dei Rettori, sec. II d.C.). Entrambe le sculture vennero fatte eseguire da persone vive per mostrarsi e dialogare con parenti ed amici anch’essi vivi, sapendo però che la pietra avrebbe portato la loro presenza oltre la vita. Un rifiuto di assenza che i precarissimi selfie non garantiscono a nessuno.

ELIO GALASSO                                             

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