29/03/2017

Incantesimi di arance amare

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Beneventani un po’creduloni per Guido Piovene prima che arrivasse in città. Contraddetto però qui da un vivere in discontinuità col passato fin troppo noto, nel Viaggio in Italia lo scrittore provò a ironizzare su magie nostrane mai raccontate e da svelare ora finalmente. Lo aveva accolto nel Museo del Sannio Alfredo Zazo con “un bicchierino di Strega avvelenato pocopoco” che lo scrittore annichilito s’affrettò a rifiutare. Zazo non trattò Piovene come usava con i turisti frettolosi, per lui streghe moderne a cui nessun volo cambia la forma del cranio. Gli era piaciuto, mi disse, che quel viaggiatore letterario fosse avverso a ogni noiosa uniformità.

Qui in città Piovene privilegiò dunque l’incontro con chi di misteri ne sapeva eccome, ignaro che Zazo addirittura li inventava. Scrisse infatti Piovene nel Viaggio in Italia con tutta serietà: “Ho chiesto che cosa rimanga a Benevento delle vecchie superstizioni. Naturalmente nessuno acconsente di credervi. Magia e spiritismo però hanno lasciato qualche traccia. Anche i personaggi che abbiamo conosciuto sotto altra veste lasciano un piccolo spiraglio aperto alla magia: il Professore Zazo ha sorpreso in un corridoio del Museo lo spettro fluorescente e fuggente di un monaco. Nello stesso Museo appare un ragazzetto dal cappello rosso che aggredisce i coetanei”.

Lo dà per vero Piovene, e devo dire che Alfredo Zazo lo raccontò come vero anche a me, finché non decise di spiegarmene l’origine. L’idea di far credere che il Museo fosse abitato da fantasmi era venuta proprio a lui negli anni quaranta, quando chiunque poteva entrare liberamente nel Chiostro di Santa Sofia utilizzato come orto di guerra. Fu per questo che Zazo, allora Direttore, affidò la sicurezza dell’Istituto ad apparizioni improvvise di ‘munacielli’ e fantasmi minacciosi.

È toccato poi a me inserire nel Museo del Sannio ulteriori magie inquietanti, che il sospettoso Guido Piovene scomparso decenni fa ha scansato. Negli anni novanta, coordinando a mia volta da Direttore la ristrutturazione della sede monumentale dell’Istituto, feci trasferir via dal Chiostro i cipressi piantati nel dopoguerra, splendidi ma ormai giganteschi e troppo pericolosi col loro ondeggiare al vento. Li sostituii con alberelli di arance amare, gli stessi che a Cordova, Granada, Siviglia, accompagnano archi moreschi analoghi a quelli sofiani. Già nel primo anno qualche frutto maturo richiamò la mano furtiva di chi voleva ricavarne la migliore marmellata di agrumi, ma poi diventò strage e, memore di Zazo, insinuai la notizia che ogni arancia amara trafitta nel Medioevo da chiodi di garofano o inavvertitamente incisa oggi da unghie umane può produrre… incantesimi.

Forse per questo magiche scintille d’arancio restano sparse sul prato, tra inverno e primavera,  a colorare il Chiostro di Santa Sofia.

ELIO GALASSO     

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