06/11/2017

Sfide di Mimmo Paladino

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A molti non sembrò prudente che Veglia, un’austera scultura in bronzo di Mimmo Paladino esposta nel parco del Palazzo Ducale di Paduli, venisse trasferita da un capo all’altro del Viale della Libertà e messa alla portata di qualche malintenzionato. Dopo essere stata a lungo una sorta di appendiabiti alla mercé dei ragazzini per la comodità del suo braccio disteso, nel nuovo sito le sarebbe sicuramente accaduto di peggio, persistendo dalle nostre parti - si diceva - il ‘buio nero’ dei secoli medievali. Ma barbari devastatori finora a Paduli non se ne son fatti vedere. Collocata a livello di marciapiede, la statua cominciò a partecipare alla vita quotidiana, emergendo in varie prospettive dai varchi e dalle superfici di una scenografica esedra colorata. In quello spazio rimodellato è diventata simbolo di una comunità devota ai suoi morti nelle ultime guerre, elencati sullo storico Monumento ai Caduti incorporato nell’esedra. Che stia lì a portata di mano è un monito all’ignoranza, ma soprattutto testimonia che il senso civico collettivo protegge un’opera d’arte meglio di un guardiano ringhioso.

Non dappertutto, dunque, si ruba o si sfregia il patrimonio culturale dei cittadini. L’anno scorso un collettivo internazionale di artisti, previo annuncio su Facebook, lo ha verificato con un’idea provocatoria a New York, Rio de Janeiro, Londra, Parigi. Con cartelloni annuncianti ARTE DA RUBARE hanno abbandonato lungo le strade per una settimana dipinti, ceramiche e disegni, con l’intento di farli ‘rubare’ dai passanti per distogliere l’attenzione dalle vetrine. Ma è accaduto l’imprevisto. Tutti prendevano le opere d’arte tra le mani, le osservavano affascinati e le riponevano con cura, senza osare appropriarsene. La speranza che la barbarie in guerra con l’arte sia ormai confinata soltanto negli angoli più sperduti del pianeta potrebbe confortare qualche beneventano poco attento a quel che gli succede intorno. Senonché, dalle nostre parti c’è dell’altro, c’è chi arriva a sentirsi addirittura sfidato da opere e monumenti collocati per strada, nelle piazze, nei pubblici giardini. Specialmente quando vede un’opera d’arte firmata Mimmo Paladino.

Benevento Anni Novanta. Un bel giorno (si fa per dire) un malintenzionato - ma per me un altezzoso cavaliere longobardo in ritardo di quindici secoli - avventuratosi nell’Hortus conclusus al richiamo di un cavallo senza cavaliere sul muro a guardia della Valle del Sabato, si ritrovò tra oggetti misteriosi, bestie, sentinelle scolpite in forme sconosciute. Una Testa di cavallo in bronzo, stranamente deformata, spuntava lì da una finestrella, anzi dal buco di un muretto proprio dietro i suoi polpacci, pronta a dargli un morso. Suppose che si trattasse di un guanto di sfida lasciato lì da qualche Paladino, uno dei cavalieri di corte di Carlo Magno suoi contemporanei… Poteva non raccogliere quella sfida e dimostrare il suo valore? Ecco allora il cavaliere longobardo tornare di notte nell’orto medievale, protetto da corazza, armato di spada, lancia, scudo, frecce micidiali e speroni del tempo che fu. Nessun nemico osò affrontarlo, nessuno lo vide mentre estraeva dal muretto la Testa del cavallo decapitato. Lunga quasi mezzo metro pesava una ventina di chili, una piuma per lui che se la portò via di gran carriera.

Qualche anno dopo, invitato in Questura nella mia qualità di Direttore del Museo del Sannio “per identificare un grosso oggetto metallico, apparentemente un’opera d’arte”, vidi spuntare da un vecchio mantello proprio quella Testa di cavallo. L’aveva recuperata la Polizia, mi fu detto. Ma per me era stato il cavaliere longobardo a far ritrovare il prezioso fardello che aveva eroicamente sottratto a un Paladino nemico. Il Comune di Benevento proprietario lasciò la scultura nell’Istituto da me diretto, perché intanto l’Autore l’aveva già sostituita con una replica identica, allo stesso posto nell’Hortus conclusus. Finora non ne avevo mai parlato: nel Museo del Sannio quella è l’unica opera di Mimmo Paladino.

ELIO GALASSO

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